L’Italia che nutre il Paese (e l’Europa) con l’acqua alla gola

L’Italia che nutre il Paese (e l’Europa) con l’acqua alla gola

Agricoltori e allevatori tra clima impazzito, regole europee e politica distratta

Se vuoi capire in che stato è davvero un Paese, non guardare gli slogan: guarda i suoi campi.
In Italia, oggi, i campi raccontano una storia ambigua: numeri da potenza agricola e, allo stesso tempo, imprese allo stremo.

Secondo Istat, nel 2024 la produzione agricola è tornata a crescere (+1,4%) e il valore aggiunto del settore è salito del 3,5%, al punto che l’Italia ha conquistato il primato europeo per valore aggiunto agricolo.
Coldiretti ricorda che gli agricoltori gestiscono 12,5 milioni di ettari, il 42% del territorio nazionale, e che siamo primi in Europa anche per numero di aziende biologiche.

Eppure, dietro questi titoli, c’è un’altra cifra: in 40 anni sono scomparse quasi due aziende su tre. Il censimento agricolo mostra che le imprese attive sono scese a poco più di 1,1 milioni, con un calo del 63,8% rispetto al 1982.
E la tendenza non si è fermata: solo tra 2022 e 2023 si è registrata un’ulteriore contrazione del 2,4% delle aziende registrate.

L’Italia resta leader sull’etichetta, ma sul terreno il tessuto degli agricoltori si assottiglia.
Chi resta a presidiare i campi e i pascoli lo fa spesso in condizioni sempre più dure.


Clima estremo: la stagione che non assomiglia più alle altre

Per anni abbiamo parlato di “annate sfortunate”. Ora molti agricoltori lo dicono chiaramente: non sono più eccezioni, è diventata la norma.

Il Rapporto Città Clima 2024 – speciale agricoltura – elenca solo per l’ultimo anno: 64 casi di danni da grandinate, 31 da siccità prolungata, 24 da raffiche di vento e trombe d’aria, 15 allagamenti e 10 esondazioni che hanno colpito aree agricole.

Coldiretti stima che nel 2024 i danni dei cambiamenti climatici e delle epidemie in agricoltura abbiano toccato i 9 miliardi di euro solo in Italia.
A livello europeo, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, gli eventi meteo estremi hanno generato danni per circa 45 miliardi di euro in un anno, con l’Italia tra i Paesi più colpiti.

Tradotto nella vita reale:

  • estati con pascoli bruciati, abbeveratoi vuoti, fieno che non basta;
  • allevatori costretti a vendere parte del bestiame per riuscire a sfamare il resto;
  • colture specializzate che saltano per una gelata tardiva o un’alluvione in pochi giorni.

Un approfondimento del Governo sugli impatti climatici sottolinea che in Italia l’aumento delle temperature sta accorciando la stagione di crescita delle colture e riducendo contenuto nutritivo e rese, mentre negli allevamenti le ondate di calore compromettono direttamente produttività e salute degli animali.

Nel frattempo, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici esiste sulla carta, ma mancano ancora le risorse per finanziare le misure previste, denuncia Legambiente.

In sintesi: chiediamo agli agricoltori di “fare la transizione ecologica”, ma li lasciamo a combattere un clima diverso con strumenti vecchi.


Prezzi, regole e concorrenza: perché molti campi non reggono più i conti

L’altra faccia della crisi non è in cielo, ma nei bilanci.

Le proteste degli agricoltori che hanno attraversato l’Europa tra 2023 e 2025 – Italia compresa – hanno avuto un tratto comune: redditi instabili, prezzi troppo bassi, concorrenza da importazioni a costi più bassi e regole ambientali percepite come sbilanciate.

In molti casi, il paradosso è questo:

  • al dettaglio i prezzi dei prodotti alimentari salgono;
  • sul campo il margine per chi produce si assottiglia.

A questo si aggiunge un problema strutturale: l’agricoltura italiana è fatta per la maggior parte di aziende piccole o medio-piccole, spesso a conduzione familiare. La dimensione media è cresciuta (da 5 ettari negli anni ’80 a oltre 11 oggi), ma rispetto a molte realtà del Nord Europa restiamo un mosaico di appezzamenti ridotti, più esposti a shock di mercato e climatici.

In teoria, la Politica agricola comune (PAC) dovrebbe stabilizzare i redditi. In pratica:

  • una parte rilevante dei sussidi si concentra sulle aziende più grandi;
  • la burocrazia legata ai pagamenti è pesante;
  • le nuove misure “verdi” spesso arrivano senza l’accompagnamento tecnico ed economico necessario.

Per i piccoli allevatori di montagna, per chi coltiva in collina o in zone interne, questo significa dover investire per rispettare le regole, senza la certezza di recuperare quei costi sul prezzo finale.


Non solo crisi: i giovani che ci credono (nonostante tutto)

C’è però un dato che merita attenzione: secondo le elaborazioni di Coldiretti, nel 2025 le imprese agricole guidate da giovani sono circa 50 mila, con una crescita dell’occupazione giovanile nei campi pari al 18% in un anno.

Si tratta di aziende che spesso puntano su:

  • filiere corte e vendita diretta;
  • agricoltura biologica o di qualità certificata;
  • agriturismo, trasformazione in azienda, agricoltura sociale.

Un segnale di vitalità reale. Ma anche qui l’entusiasmo si scontra con ostacoli ricorrenti: accesso al credito, disponibilità di terra, lentezza delle procedure, carenza di infrastrutture digitali e fisiche nelle aree rurali.

In altre parole: le energie ci sono, ma il sistema non le asseconda davvero.


Cosa fanno gli altri (e che cosa potremmo imparare)

Nessun Paese europeo ha trovato la formula perfetta, ma alcune scelte sono chiare:

  • Francia e Germania hanno legato una parte consistente degli aiuti alla stabilità dei redditi agricoli, mantenendo un dialogo più strutturato con le organizzazioni professionali e intervenendo rapidamente su carburante agricolo, energia e assicurazioni quando i costi esplodono.
  • In diversi Stati del Nord Europa, l’allevamento estensivo e i pascoli permanenti sono riconosciuti come beni ambientali: non solo produttori di carne o latte, ma gestori del territorio, con pagamenti dedicati per prevenire incendi, frane, perdita di biodiversità.
  • Alcuni Paesi stanno sperimentando assicurazioni climatiche mutualistiche cofinanziate dallo Stato, che permettono a chi aderisce di non essere travolto dall’anno “sbagliato”.

In Italia, spesso, ci fermiamo a metà: riconosciamo il ruolo di presidio del territorio, ma lo finanziamo in modo episodico.
Risultato: chi tiene aperto un’azienda in montagna o in collina fa un lavoro che serve a tutta la collettività, ma viene pagato come se stesse solo vendendo latte o formaggio.


Cosa dovrebbe cambiare (se davvero ci interessa quello che mangiamo)

Con lo sguardo di The Integrity Times, la domanda non è solo “come salvare l’agricoltura”, ma che tipo di sistema vogliamo tra 10 o 20 anni.

Tre direttrici concrete:

1. Stabilizzare i redditi, non solo risarcire i disastri

Non basta intervenire dopo l’alluvione o la siccità con fondi straordinari. Servono:

  • schemi assicurativi climatici accessibili e cofinanziati;
  • una revisione dei pagamenti PAC che premi davvero chi produce cibo in modo sostenibile e presidia aree fragili;
  • contratti di filiera che garantiscano un prezzo minimo equo lungo tutta la catena, evitando che il valore si concentri solo nella distribuzione.

2. Trattare agricoltori e allevatori come alleati della transizione ecologica

Se chiediamo meno pesticidi, meno emissioni, più benessere animale, dobbiamo:

  • finanziare consulenza tecnica e innovazione (irrigazione di precisione, varietà resilienti, energie rinnovabili in azienda);
  • riconoscere economicamente chi mantiene pascoli estensivi, terrazzamenti, siepi, boschi: sono infrastrutture verdi, non “residui di passato”.

3. Dare priorità alla terra nelle scelte politiche

Ogni volta che discutiamo di nuove infrastrutture, parchi fotovoltaici, logistica, dovremmo chiederci: quanta superficie agricola stiamo consumando?
I dati mostrano che la SAU si riduce e che la dimensione media aziendale cresce anche perché molte piccole realtà chiudono.
In un Paese che importa già una quota significativa del proprio cibo, continuare a mangiare territorio è una scelta miope.


La domanda che resta

Alla fine, la questione è semplice e scomoda:

Vogliamo che tra vent’anni l’Italia sia ancora un Paese che riconosciamo dai suoi campi, dai suoi formaggi, dai suoi vigneti, o ci accontentiamo di un’etichetta “Made in Italy” appiccicata su filiere che si reggono altrove?

Perché oggi migliaia di agricoltori e allevatori vivono una contraddizione feroce:
sono raccontati come custodi del paesaggio, eroi del cibo di qualità, ma nei conti di fine anno spesso restano in piedi per poco, a volte grazie a un secondo lavoro o al supporto della famiglia.

Finché la politica continuerà a citarli nei discorsi e dimenticarli nei bilanci, finché parleremo di transizione ecologica senza mettere al centro chi coltiva e alleva, stiamo scegliendo una cosa molto precisa: un’Italia più fragile, più dipendente, meno capace di nutrire se stessa.

E allora sì, la prossima volta che al supermercato leggiamo “prodotto italiano”, forse dovremmo chiederci non solo quanto costa, ma quanto ancora potrà resistere chi lo produce davvero.

Riproduzione riservata © Copyright “The Integrity Times

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